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Fiume Gari

Difficoltà : I-II

Imbarco: A Cassino alle terme di Varrone

Sbarco: A Sant' Angelo Theodice nei pressi del ristorante "Olandese Volante" sulla destra

Lunghezza: 10km

Punti rilevanti: Nessuno, il fiume non presenta difficoltà. Prestare attenzione a qualche ramo sporgente che puo’ ostruire il passaggio

Note: A Sant' Angelo Theodice, sotto il ponte delle 4 battaglie c'e' un ottimo spot per la didattica

CRONACHE DAL “PARADISO TERRESTRE “

Cassino , 1 maggio 2009

Venerdi’ 1 maggio la ‘sezione campana’ del Roma Kayak Mundi ( in pratica Piero e il sottoscritto ), viste le partenze degli altri soci per mete ben piu’ impegnative, ha organizzato una discesa ‘esplorativa’ lungo il fiume Gari, piccola perla della Ciociaria. Dal punto di vista tecnico il fiume e’ facilissimo (I livello) ed il suo interesse e’ esclusivamente paesaggistico. Tuttavia, per chi proprio non se la sentisse di arrivare fino a Cassino per il solo ‘piacere dei sensi’ , c’e’ anche un ottimo ‘spot’ - in località Sant’ Angelo Theodice - frequentato dagli allievi del locale Canoa Club Cassino dove è possibile cimentarsi con profitto nel cosiddetto ‘cazzeggio’ ( termine del gergo canoistico per indicare la pratica di esercizi in acqua mossa ).

Particolare non trascurabile: il livello dell’acqua rende il fiume navigabile tutto l’anno , compresa la stagione estiva, tant’è vero che a luglio si svolge regolarmente una gara del campionato nazionale juniores di slalom. Puo’ un fiume di I livello suscitare emozioni anche in canoisti già ‘navigati’? Si , se il fiume , complice l’acqua purissima , pullula di vita animale e vegetale che , specie nel primo tratto, trasforma ogni ansa in una continua scoperta.

La prima emozione e’ già all’imbarco. Superato il cancello del parco delle antiche Terme di Varrone ( dove il simpatico titolare Fabio – appassionato di canoa - ci consente di accedere senza pagare il biglietto di ingresso , peraltro decisamente economico ) ci si trova subito immersi in un bosco di alberi secolari tra i quali l’acqua sgorga in piu’ punti formando diversi ruscelli prima di ricongiungersi e dare luogo al fiume vero e proprio.

Ci sono molti possibili imbarchi . Noi scegliamo il cosiddetto ‘laghetto’ , bordeggiato di fiori , non prima di aver sperimentato la singolare sensazione di bere l’acqua del fiume nel quale stiamo per inoltrarci. “Sembra di essere nel Paradiso Terrestre !” esclama Piero che pure di natura ne ha vista tanta. Entriamo in acqua con cautela , evitando di immergere troppo le pagaie per non danneggiare le piante sul fondo , ed imbocchiamo lo stretto ruscello dal quale l’acqua defluisce, allegra, nell’ombra.

Distratto dalla bellezza della natura , non mi avvedo di una lunga pianta pendente nella quale la pagaia va ad impigliarsi. La stringo forte per non perderla e per un breve istante resto incastrato quel tanto che basta a farmi rovesciare sul fianco e sfilare via, semisommerso, giusto contro un ramo sporgente. Cosi’ devo ricorrere ad un mezzo eskimo con inevitabile appoggio sul fondo bassissimo. Alcuni visitatori che ci hanno seguito lungo la riva assistono divertiti. Il piccolo inconveniente ci convince a procedere con circospezione. In effetti ci sono molti rami a pelo d’acqua ma il passaggio e’ sempre possibile e la corrente mai forte. Dopo un centinaio di metri raggiungiamo la confluenza con un ruscello piu’ grande e tranquillo e decidiamo di risalirlo per un breve tratto. Da questo punto in poi il fiume si e’ ormai formato e procediamo silenziosi in lento slalom tra i rami sporgenti, come veri ‘esploratori’.

L’acqua e’ cosi’ trasparente che si distinguono i granelli di sabbia sul fondo. Una grossa nutria si infila tra le radici di un albero al nostro passaggio mentre un’altra attraversa il fiume incrociandoci una decina di metri piu’ avanti. A Piero sembra di intravedere un cinghiale sulla sponda. Ne ascoltiamo chiaramente il verso.

All’ansa successiva un affluente entra da destra formando una cascatella. Proviamo a raggiungerla e proprio all’imbocco ci accorgiamo di galleggiare sopra un branco di trote . Sono cosi’ numerose che sembra di essere in un trotaio , solo che qui e’ tutto naturale. In alto, sulla destra , si erge il monte Cassino dove si staglia la celebre abbazia. Lontano, verso nord, le cime dei monti dell’Abruzzo sono ancora piene di neve. Piu’ a valle un altro affluente (probabilmente il Rapido) entra da sinistra con la sua portata di acqua torbida. Di qui in avanti la qualità dell’acqua si deteriora sensibilmente rimanendo comunque accettabile fino allo sbarco. Arriviamo cosi’ al ponte delle ‘quattro battaglie’ in località Sant’ Angelo Theodice dove oggi troneggia una grossa campana, simbolo di pace tra i popoli , laddove nei lunghi mesi della Seconda Guerra Mondiale infuriarono i combattimenti.. Poco piu’ in là una lapide (in lingua francese) ricorda il sacrificio di un battaglione di giovani soldati alleati venuti fin qui a morire per la libertà di chi, da troppo tempo, l’aveva perduta.

Sotto il ponte il fiume si stringe e forma una bella sequenza di onde dove è possibile divertirsi a ‘surfare’ specialmente sulla destra orografica dove l’ acqua spinge molto forte. Lo spot e’ veramente adatto ad esercitarsi e cosi’ anche noi ci fermiamo a giocare un po’, rassicurati dal fatto che dopo la rapida il fiume torna subito calmo e consente facilmente l’eskimo dopo un eventuale ribaltamento (come in effetti mi succede due o tre volte). Anche Piero , che sta imparando l’eskimo, decide di provarne qualcuno in corrente. Uno di questi non gli riesce e cosi’ e’ costretto a ‘stappare’. Gli offro la coda della canoa che afferra con una mano mentre con l’altra trascina la sua e lo riporto a riva. Le sponde del fiume scendono piuttosto ripide fino all’acqua e non c’è nessuna spiaggetta per svuotare le canoe . Inoltre sono piene di ortiche e di rovi e non e’ facile (anche se non impossibile) risalire sull’argine. Ad ogni modo Piero riesce a trovare una minimorta dove e’ possibile puntare la canoa contro il bordo e svuotarla, mentre la si solleva , restando semisommersi nell’acqua. Dopo lo svuotamento (non senza fatica) si accinge a risalire a bordo mentre io, di lato, pagaio controcorrente per trattenere la sua canoa all’interno della piccola morta. All’improvviso si blocca e urla: “ C’e’ una vipera nel pozzetto !” . Per un attimo resto impietrito, ad un metro dal suo pozzetto, poi, a mia volta, urlo : “ Rovescia la canoa !“ ( nell’intento di far uscire la vipera). Dopo una breve indecisione Piero prende la canoa per la coda come per rovesciarla. In quel momento il serpente esce dal davanti si distende per tutta la sua lunghezza fino alla punta e si butta in acqua. Non e’ una vipera bensi’ una biscia in quanto la ‘passerella’ sulla canoa ci ha consentito di ‘apprezzarne’ (si fa per dire) il colore grigio-verde e la testa rotonda. Sarà stata lunga un metro e venti, per tre centimetri di diametro. Ricordando le parole di Piero all’imbarco, bisognava aspettarselo. Che “Paradiso Terrestre” sarebbe senza il serpente ? La prossima volta speriamo di incontrare Eva. Rassicurato dal fatto che la biscia non è velenosa, Piero risale in canoa e riprendiamo il ‘cazzeggio’ non senza guardarci intorno , di tanto in tanto.

Dopo circa un ‘ora decidiamo di avviarci allo sbarco, distante ancora tre o quattro chilometri. Mentre scendiamo, ancora ripensando al serpente, la nostra attenzione viene attratta da un batuffolo nero che si dibatte nell’acqua emettendo un pigolio insistente. E’ un piccolo di fòlaga che, spintosi troppo al largo, e’ stato trascinato via dalla corrente e sta lottando per rientrare in morta e guadagnare la riva. Gli passiamo cosi’ vicino che potremmo facilmente prenderlo a bordo ma se la cava bene, riesce a rientrare nell’acqua tranquilla e decidiamo di non intervenire. Il dramma, qui appena sfiorato , è in pieno svolgimento un centinaio di metri piu’ a valle. Un altro pulcino, evidentemente fratello del precedente, è stato ormai trascinato via in piena corrente, troppo forte per lui. Il poverino è ormai allo stremo e il suo pigolio e’ cosi’ debole che le forze sembra stiano per abbandonarlo da un momento all’ altro. A vederlo cosi’, di fianco alla canoa, tutto nero con il becco rosso e giallo e le zampette arancio mentre disperatamente cerca di attirare la nostra attenzione guardandoci come per chiedere aiuto, quell’esserino spelacchiato, non piu’ grande di una palla da tennis , destinato a morte sicura , ci fa stringere il cuore. E’ tardi e dobbiamo rientrare e d’altronde che possiamo fare? Impensabile riportarlo dove abbiamo lasciato il fratello. Ormai siamo troppo a valle e la corrente e’ dura da risalire. Stiamo per abbandonarlo al suo destino senonche’ Piero, vinto dalla pietà, lo solleva con la pala della pagaia, lo depone sul paraspruzzi e lo riporta a riva. Lo lasciamo li’, mentre riprende fiato, nella speranza che la distratta mamma fòlaga venga a riprenderselo in tempo.

Ormai lo sbarco è vicino e quando già scorgiamo la macchina ( parcheggiata sull’argine per essere certi di riconoscere il punto di arrivo), incappiamo in un altro tipo di ‘animale’ , certamente il peggiore di tutti a causa della sua stupidità : l’uomo. Tre o quattro bulli di campagna, seminascosti tra gli alberi, prendono a insultarci e bombardarci di sassi dalla riva, senza alcun motivo. Allo sbarco il gentile proprietario dell’ “Olandese volante” ( ristorante di ispirazione marinara con annesso laghetto per la pesca delle trote ) ci dira’ che si tratta di pochi sbandati che spesso abusano di alcol e ‘fumo’ , non nuovi a simili ‘bravate’. Tant’è. La discesa del Gari (10 km in tutto) e’ finita.

A tavola , proprio all’ “Olandese volante” , promettiamo al proprietario di coinvolgere altri canoisti del Roma Kayak Mundi. Mentre recuperiamo la macchina lasciata all’imbarco riflettiamo che il percorso sarebbe ideale per un raduno “adatto a tutti”, magari in estate quando altrove non c’è acqua sufficiente per navigare. Chissà. Di sicuro, torneremo.

Salvatore